Agricoltura e chiusure bar e ristoranti, quali danni?

Un bilancio pesante e sempre più in “rosso” che ricade sul vino e altre eccellenze dell’agroalimentare Made in Italy. Il crollo delle attività di bar, trattorie, ristoranti, pizzerie e agriturismi travolge a valanga interi settori del comparto per un valore stimato in circa 11,5 miliardi di euro nel 2020 a quanto dice il responsabile economico della coldiretti Lorenzo Bazzana.” il calcolo è presto fatto perché considerando che il consumo extradomestico è circa un terzo, stimando in circa 40 miliardi il calo di fatturato del settore Horeca, ecco che registriamo questo dato preoccupante, che è mitigato solo in piccola parte da un aumento dei consumi alimentari domestici.” A questo poi si aggiungono ad aggravare il quadro la situazione climatica, con gelate, neve, grandinate e caldo fuori stagione, che ha determinato ulteriori danni al comparto, gia duramente provato da xylella e cimice asiatica. Per alcune eccellenze del made in Italya come il vino poi il crollo del turismo e dell’export hanno comportato danni la cui entità è ancora da quantificare esattamente. Ma un po’ tutti i prodotti, con effetti diversi ma senza distinzioni, ( anche se con alcuni prodotti maggiormente colpiti, come per esempio i carciofi o all’insalata di quarta gamma, che hanno proprio nell’horeca il principale sbocco) sono finiti nel “mirino” del Covid e quindi delle restrizioni anti-pandemia: dal vino alla birra, dalla carne al pesce, dalla frutta alla verdura, alimenti che trovano nel consumo fuori casa un importante mercato di sbocco. “Una situazione che pesa sulla liquidità delle imprese e sul ricorso al credito che assume un ruolo strategico per accompagnare il sistema economico fuori dalla crisi”, è il commento di Prandini che aggiunge come “condizioni più vantaggiose e allungamento dei tempi di rimborso rappresentano una chiave per dare sostenibilità ai finanziamenti”.
Misure che servirebbero come “difesa” delle attività del Made in Italy agroalimentare in modo che non diventino terra di conquista da parte di realtà di altri Paesi o di operatori che in questo momento “cercano di speculare sulla situazione di criticità in cui si trovano le imprese per fare shopping a condizioni vantaggiose di un patrimonio importante del Paese”.
Ma servono interventi per tutelare la forza lavoro coinvolta nella filiera agroalimentare, parliamo di 360.000 attività tra bar, mense, ristoranti e agriturismi in Italia con le difficoltà si trasferiscono a cascata sulle 70.000 industrie alimentari e 740.000 aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,8 milioni di posti di lavoro.
“Si tratta di difendere la prima ricchezza del Paese – conclude la Coldiretti – con la filiera agroalimentare nazionale che vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale. Occorre salvaguardare un settore chiave per la sicurezza e la sovranità alimentare soprattutto in un momento in cui con l’emergenza Covid il cibo ha dimostrato tutto il suo valore strategico per il Paese”. 

Agricoltori in ginocchio: debbono fronteggiare l’arrivo di prodotti agricoli dall’estero a prezzi stracciati e i mancati acquisti della ristorazione

Si dice che in tempi di pandemia il mercato agro-alimentare non dovrebbe soffrire, perché il cibo sulle tavole delle famiglie non può mancare. Anzi, si dovrebbe mangiare di più. Ma le cose stanno proprio così? A quanto pare, no. Perché ci sono due fattori che vanno messi nel conto: l’arrivo di prodotti importati da altri Paesi e la chiusura di bar, trattorie, ristoranti, agriturismi che crea enormi problemi alle aziende agricole. Perché a rifornire la ristorazione, in buona parte, è l’agricoltura; e dall’agricoltura arrivano anche i prodotti poi trasformati dall’agro-industria. Ne consegue che gli agricoltori subiscono danni a catena: debbono fronteggiare l’arrivo di prodotti agricoli – spesso di pessima qualità, ma a prezzi molto concorrenziali – da altre parti del mondo; non riforniscono più la ristorazione bloccate dalle norme anti-Covid; non riforniscono più l’agro-industria che, per la parte che riguarda la ristorazione, deve per forza di cose ridurre gli acquisti dall’agricoltura.

Mercato ortofrutticolo di Vittoria con prezzi bassi. Il nesso tra aumento di prodotti agricoli ‘trattati’ chimicamente e aumento delle malattie croniche

Un esempio arriva dal mercato ortofrutticolo di Vittoria, il più importante della Sicilia. Dove gli ortaggi segnano una pesante crisi. E quando parliamo di crisi il riferimento è ai prezzi bassi. Gli unici due ortaggi che registrano prezzi accettabili sono il pomodoro Piccadilly e la melanzana. Il primo – il pomodoro Piccadilly – va su di 10-12 centesimi di euro, attestandosi intorno a 90 centesimi-1 euro il chilo. La melanzana si attesta intorno agli 80 centesimi. Gli altri ortaggi non registrano prezzi irresistibili. La verità è che la qualità conta sempre meno e i mercati dell’Unione europea prediligono gli stessi prodotti, ma a prezzi più bassi, che arrivano da altre parti del mondo. Questa è la prova che la filosofia ‘green’ dell’Unione europea non funziona per l’agro-alimentare dove – a parte la Germania che ha bloccato le arance spagnole per eccesso di pesticidi – nessuno fa caso alla qualità. Tant’è vero che è la stessa Ue, dal 2011, a promuovere il grano duro e tenero che arriva anche da Paesi dove si fa largo uso di glifosato. Il perché è semplice: l’arrivo di prodotti ortofrutticoli molto ‘trattati’ chimicamente fa aumentare le malattie e le multinazionali farmaceutiche fanno affari d’oro! Sarebbe interessante capire, ad esempio, qual è il nesso tra i prodotti agricoli di bassa qualità e molto ‘trattati’ chimicamente e la crescita delle malattie croniche. Si offende qualcuno se scriviamo che l’aumento delle patologie che le persone si trascinano per tutta la vita fanno vendere più farmaci alle multinazionali che li producono?

I prodotti piu colpiti: carne, pesce formaggi: il caso delle torrefazioni di caffe

“Si stima che 300 milioni di chili di carne bovina, 250 milioni di chili di pesce e frutti di mare e circa 200 milioni di bottiglie di vino ha sottolineato di recente la Coldiretti non siano mai arrivati nell’ultimo anno sulle tavole dei locali costretti ad un logorante stop and go senza la possibilità di programmare gli acquisti anche per prodotti fortemente deperibili”. Numeri dietro i quali ci sono decine di migliaia di agricoltori, allevatori, pescatori, viticoltori e casari che soffrono insieme ai ristoratori. Chiusure forzate, limitazioni negli orari di apertura, divieti agli spostamenti, drastico calo delle presenze turistiche e la diffusione capillare dello smart working hanno devastato i bilanci dei servizi di ristorazione e tagliato drammaticamente i livelli occupazionali ma le conseguenze si fanno anche sentire direttamente sui fornitori”. Poi c’è il settore delle torrefazioni di caffè, una delle bevande più amate dagli italiani, che hanno avuto dalla chiusura di bar e ristoranti un colpo durissimo «L’azzeramento dei consumi in bar e ristoranti ha messo in ginocchio gli operatori», racconta Patrick Hoffer, presidente del Consorzio promozione caffè, che fa parte di Unione Italiana Food e riunisce aziende impegnate nella produzione e commercializzazione, oltre ai produttori di macchine professionali. L’incidenza del fuori-casa (hotel e ristoranti rappresentano il 53% della quota di mercato, i bar il 46% e il catering l’1%) alimenta forti preoccupazioni anche per il futuro, alla luce delle ultime restrizioni imposte dal Governo. Nei mesi estivi l’attività dei pubblici esercizi è ripresa faticosamente. «In un mese – da maggio a giugno – il calo medio del fatturato è sceso dal 50,3% al 41,1% – prosegue Hoffer, che è anche presidente della Torrefazione Corsino Corsini –. Gli imprenditori hanno vissuto chiaramente la difficoltà di tornare ai ritmi pre-Covid in tempi rapidi, anche per l’assenza di turisti». .

Serve la riapertura serale dei ristoranti dice la coldiretti

Secondo le stime Fipe-Confcommercio, a fine anno il comparto della ristorazione rischia di perdere 50mila aziende e 2,7 miliardi di euro solo per effetto dell’ultimo decreto, con ricadute evidenti sulle attività connesse e quindi anche sui fornitori agricoli. Ed è in questo senso che secondo gli agricoltori occorre ripensare ad una riapertura dei ristoranti anche la sera “Anche alla luce dell’avanzare della campagna di vaccinazione sarebbe importante consentire le aperture serali che valgono quasi l’80% del fatturato dei locali della ristorazione” afferma il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare peraltro che “con l’arrivo del bel tempo le chiusure favoriscono paradossalmente gli assembramenti all’aperto sulle strade, nelle piazze e sul lungomare. Nei locali della ristorazione sono state invece adottate importanti misure di sicurezza, quali – conclude Prandini – il distanziamento dei posti a sedere facilmente verificabile, il numero strettamente limitato e controllabile di accessi, la registrazione dei nominativi di ogni singolo cliente ammesso”. Nell’attività di ristorazione, rileva la Coldiretti,  sono coinvolti circa 360mila tra bar, mense, ristoranti e agriturismi nella Penisola ma le difficoltà si trasferiscono a cascata sulle 70mila industrie alimentari e 740mila aziende agricole lungo la filiera impegnate a garantire le forniture per un totale di 3,6 milioni di posti di lavoro. Si tratta perciò di difendere la prima ricchezza del Paese con la filiera agroalimentare nazionale che vale 538 miliardi pari al 25% del Pil nazionale ma è anche una realtà da primato per qualità, sicurezza e varietà a livello internazionale. 

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